VENICE IMMERSIVE | Elele: la recensione

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Quest’anno Biennale College ci ha regalato un’altra infilata di opere prodotte proprio da Venezia: Elele, di Sjoerd Van Acker, è una di queste.

Completamente basato sull’hand tracking di Quest 2, Elele ci posiziona in un punto fisso di un ambiente astratto, costringendoci a muovere le mani in una performance di danza, che proporrà – nel corso dei suoi circa sei minuti di durata – più di un risvolto inaspettato. Il primo è che, accompagnati da un brano originale di Max Cooper, le nostre mani andranno via via a moltiplicarsi, dando vita a un’orgia di movimenti e colori, che riesce quasi a restituire la sensazione di un club pieno di gente, nonostante la solitudine della nostra performance. Il secondo colpo di scena, figlio un po’ del turning point a la Journey, è invece che – in realtà – la nostra performance non si sviluppa completamente in solitaria.

Eppure, nonostante le premesse, i sei minuti di Elele risultano comunque eccessivi rispetto a quello che Sjoerd Van Acker ha da dire nel contesto, che avrebbe beneficiato di un’esperienza più concisa, e forse più chiara nell’esposizione del secondo colpo di scena.

Un’operazione interessante, che ha dalla sua un’idea eccezionale sul lavoro con l’hand tracking, ma che si perde un po’ nel nulla via via che ci si avvicina alla sua conclusione. Un buon concept, ancora da sviluppare.

 




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