The Tale of Onogoro | la recensione | PCVR

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Giocato su PC con Meta Quest 2

Sei mesi fa vi abbiamo parlato di un’avventura action che prometteva grandi cose. Il nostro Alessandro, che all’epoca ne aveva giocato una demo, l’aveva addirittura definita potenzialmente “il miglior gioco VR della stagione”. E, all’epoca, non aveva tutti i torti: The Tale of Onogoro, sviluppato dai giapponesi di Amata KK, con la sua ambientazione che sposava la tradizione giapponese con l’estetica steam-punk, e che sfidava il giocatore con puzzle intricati e spettacolari boss-fight, aveva tutte le carte in regola per conquistarsi un posto di rilievo tra i migliori giochi del 2022. E ora che è uscito anche su Steam VR, dobbiamo chiederci: ha mantenuto le promesse?

The Tale of Onogoro è un’avventura con una spiccata componente puzzle-game in cui ci troviamo nei panni di uno spirito celestiale evocato da Haru, una giovane sacerdotessa giapponese che vive su un’isola sospesa tra le nuvole. Haru ha bisogno del nostro aiuto per placare i Kami, cinque imponenti bestie che terrorizzano l’isola di Onogoro e che sono state liberate dal malvagio Masakata.

Con Haru iniziamo un viaggio attraverso le varie zone dell’isola, durante il quale dovremo proteggerla da nemici robotici, aiutarla a spostarsi e condividere i suoi poteri per risolvere una varietà di puzzle e affrontare impegnative boss-fight.

Less is more, diceva l’architetto Van der Rohe, e The Tale of Onogoro fa molto con una manciata di elementi, e fa della semplicità il proprio punto di forza

Lo spirito che interpretiamo interagisce col mondo tramite due “armi celestiali”, una per mano, con le quali è possibile trasportare Haru – e la pietra a cui è incatenata – assorbire e rilasciare forze elementali, far levitare oggetti e abbassare leve. Sono il nostro punto di contatto col mondo, e non hanno upgrade, non vengono modificate, né vengono scambiate con altre armi. Tutti gli elementi necessari a completare il gioco vengono presentati e spiegati durante le prime fasi, in modo chiaro e graduale, senza mai travolgere il giocatore con una valanga di informazioni e meccaniche da memorizzare.

I puzzle ambientali sono – per la gran parte – progettati in modo da essere sempre alla portata del nostro intuito – e quando l’intuito fallisce, affidarsi alle meccaniche fondamentali del gioco porta sempre a una soluzione. Con l’esclusione di un paio di puzzle in cui è necessario fare uso della fisica degli oggetti – che non è certo quella di Half-Life Alyxè difficile rimanere bloccati o confusi, e al contempo non si ha quasi mai la sensazione che il gioco ci stia tenendo troppo per mano o ci stia trattando in modo troppo indulgente. Man mano che si prosegue i puzzle si fanno sempre più intricati, e a volte il design risulta un po’ arbitrario e di conseguenza leggermente frustrante, ma Onogoro non perde mai di vista gli elementi fondamentali che compongono il suo gameplay.

Anche durante le boss-fight, che pongono un po’ più di enfasi sulla componente action, gli enigmi rimangono in primo piano, mantenendo una coerenza ammirevole nel game-design.

I vantaggi di un approccio votato alla semplicità si fanno sentire anche nella confezione grafica di The Tale of Onogoro, che usa al massimo del suo potenziale uno stile anime ultra-minimale, e che nella versione per Steam VR riesce a mostrarsi più pulito che mai. Onogoro non è mai sconvolgente e probabilmente non vi fermerete con la bocca aperta ad ammirare i suoi panorami, ma rimane un’esperienza visiva molto gradevole e appagante, grazie anche a un lavoro eccellente sulle animazioni.

Purtroppo non tutto in The Tale of Onogoro è realizzato con la stessa cura. Un sound design atroce e una colonna sonora estremamente ripetitiva contribuiscono a rendere particolarmente irritanti certi puzzle – specialmente quelli in cui la soluzione non è immediata e ci troviamo costretti a studiare a lungo l’arena di gioco mentre un flauto stridulo ci risuona nelle orecchie.

Ma più di ogni altra cosa è la componente narrativa a non funzionare. Siamo ovviamente incoraggiati a costruire un rapporto con Haru, la nostra compagna di avventure, che però fin dal primo minuto ci investe con una valanga di esposizione – i suoi lunghi e numerosi monologhi sulla storia dell’isola e sui malvagi Kami e sui vantaggi del vapore come fonte di energia fermano il gioco come un freno a mano e aggiungono purtroppo molto poco all’atmosfera già evocata dal level design. Alla lunga, vi ritroverete a cedere sempre più spesso alla tentazione di tenere premuto il grilletto e skippare. 

Haru ha anche un altro compito: quello di fornirci un feedback sui nostri tentativi di risolvere i vari enigmi e sconfiggere i temibili boss. I suoi primi commenti durante il tutorial, in cui si congratula per le nostre abilità, sembrano la classica pacca sulla spalla utile a incoraggiare un giocatore inesperto, ma col passare delle ore devo ammettere di essermi sentito sempre più a disagio ad ogni gratuito, esageratamente entusiastico, complimento.

Tra monologhi infiniti e un plot non particolarmente avvincente, arriviamo un po’ stanchi alla fine delle 4-5 ore di gioco, complice anche un ultimo atto che ricicla boss-fight e meccaniche senza aggiungere nulla di nuovo e una serie di mappe che non hanno lo stesso appeal visivo di quelle introduttive. 

In sostanza, The Tale of Onogoro ha mantenuto solo in parte le promesse fatte prima del lancio. A un gameplay semplice ma efficace e agli enigmi quasi sempre stimolanti, affianca una scrittura pedestre e un ritmo mal calibrato. Ma rimane un ottimo puzzle-game che presta grande attenzione alla presentazione grafica e alle animazioni e che può offrire un’esperienza gradevole a chi cerca un’avventura senza impegno.

 




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