Saints Row | la recensione | PS4

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Giocato con PS4 Pro

Cosa ottieni quando cerchi di mescolare in un calderone videoludico l’open world di GTA V, le esplosioni alla Michael Bay, la commedia slapstick, i colori cartoon di Sunset Overdrive e i personaggi di Watch Dogs 2? La risposta è Saints Row, più precisamente il reboot rilasciato quest’anno da Volition e Deep Silver. E ora che sono passati due mesi dall’uscita, vale la pena recuperarlo?

Saints Row è un action a tinte satiriche ambientato in una città open-world chiamata Santo Ileso, nel quale interpretate un personaggio (un boss, come lo chiama il gioco) diviso tra il proprio lavoro per una compagnia militare privata e il desiderio di creare una gang criminale e conquistare la città.

Il “boss” in questione è completamente customizzabile, e il menu di character creation è sorprendentemente completo, oltre che molto attento a inclusività e rappresentazione. Fa piacere avere la possibilità di creare un personaggio con vitiligo, o con protesi agli arti, e soprattutto fa piacere finalmente non dover selezionare “maschio” o “femmina”, e poter plasmare liberamente il nostro avatar senza preoccuparci delle etichette.

Innanzitutto, un paio di disclaimer. Prima di mettere le mani su questo reboot, avevo giocato solo qualche assaggio del terzo capitolo della serie – che per chi non lo sapesse è iniziata nel 2006 con un paio di rispettabili cloni di GTA incentrati su una guerra tra bande criminali, per poi cambiare bruscamente direzione con il terzo e il quarto capitolo introducendo superpoteri, invasioni aliene e una gita all’inferno.

La mia conoscenza della serie è quindi piuttosto limitata, ma dato che stiamo parlando di un reboot mi sento abbastanza sereno a giudicarlo come un gioco che si deve (o dovrebbe) reggere sulle proprie gambe.

Il secondo disclaimer: ho giocato Saints Row sulla mia fidata Playstation 4 Pro, che siede placida sotto la mia tv ignara dei miei piani (finora falliti) di sostituirla con una console next-gen. Prendete quindi questa recensione come una valutazione della versione old-gen. Alcuni dei problemi che metterò in luce più avanti potrebbero non essere presenti nelle altre versioni.

Ma quali sono questi problemi? Partiamo subito da una questione fondamentale: l’identità. Saints Row non è cane e non è lupo, ma a differenza di Balto non sa neanche bene quello che non è, perciò prova a essere un po’ tutto: ricco e variegato come GTA, cafone e spensierato come Just Cause, spettacolare come Uncharted, eccentrico come Yakuza.

Ma Volition non ha le risorse di Rockstar, e la loro Santo Ileso, che pure gode di un design eccellente e dettagliato e offre dei panorami mozzafiato, sembra una città fantasma se paragonata a Los Santos. Non solo per quanto riguarda traffico e popolazione, ma anche sul versante delle attività, che spesso si riducono a dei tristi menu a tendina che bisogna raggiungere attraversando la mappa invece che schiacciando il tasto option.

La legnosità dei controlli e una telecamera a volte indomabile spesso impediscono di ottenere quel flow che rendeva esaltante l’azione di Just Cause 3, e il sistema di guida che incoraggia drifting e acrobazie è troppo limitato per essere davvero divertente.

Ma i problemi principali di Saints Row risiedono in quella che troppo spesso risulta la parte più debole di molti videogiochi: la scrittura. Saints Row vorrebbe essere una satira di una società americana contemporanea ossessionata dalle armi e dai social media, ma gli elementi comici oscillano tra tiepide caricature che sembrano uscite da Watch Dogs 2 e momenti esageratamente sopra le righe che arrivano senza preavviso e che contribuiscono a rendere incerto e altalenante il tono generale del gioco. Soprattutto, non riesce mai a essere arguto e pungente come GTA, nel quale persino i monologhi dei dj radiofonici offrivano perle di comicità e critica sociale.

Un terzo disclaimer, bonus: i giochi open world mediocri e senza personalità sono forse il genere che trovo più respingente in tutto il gaming. Lo confermano i 40 minuti scarsi che ho dedicato al sopracitato Watch Dogs 2, e in generale il mio odio per tutti i titoli Ubisoft con le loro mappe ripiene come tacchini di segnalini e bandierine.

E allora perché con Saints Row mi sono divertito?

Sepolto sotto una montagna di bug e di meccaniche mal calibrate, c’è un gioco capace, pur con uno spirito adolescenziale e immaturo, di intrattenere. 

Gli scontri a fuoco nell’open world riescono a generare coreografie elettrizzanti e la wingsuit che permette di planare tra i grattacieli regala momenti inebrianti. Ma è nelle missioni della storia principale che Saints Row riesce a brillare, seppure di una luce fioca. La volontà da parte di Volition di volare sempre sopra le righe porta a sequenze che rischiano seriamente di risultare spettacolari, complice anche una regia sopra la media e una direzione della fotografia pacchiana ma appagante.

E quindi, vale la pena recuperarlo?

Non cambierà la vita a nessuno, né diventerà il titolo preferito di una generazione di gamer che aspetta GTA VI con trepidazione. Su tutta la città di Santo Ileso aleggia un’aria di “vorrei ma non posso”, e spesso Saints Row rischia di cedere sotto il peso delle proprie ambizioni. Ma se avete pazienza per i bug (o se li trovate spassosi) e non avete grandi aspettative sulla trama dei vostri open world, potreste addirittura divertirvi. In fondo abbiamo tutti bisogno di un po’ di ignoranza ogni tanto, e Saints Row, quando vuole, sa essere ignorante al punto giusto.