Dying: Reborn VR – la recensione (PSVR)

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Dying: Reborn VR è una versione “lite” di Dying: Reborn, un’escape room flat per PC e PS4 sviluppata Oasis Game, uscita in contemporanea al capitolo principale e che offre tre livelli tratti dallo stesso, da giocare interamente in realtà virtuale muniti di Dualshock 4.

Il titolo della software house cinese prova in ogni modo a sembrare Resident Evil 7, ma il risultato è alquanto distante dal capolavoro di Capcom. I menù ricordano la sopracitata esperienza per Playstation VR, così come l’interazione con gli oggetti ed il lavoro su alcuni puzzle, che fanno chiaramente il verso alla famosa sezione alla “Saw” che tutti abbiamo vissuto in compagnia di Ethan Winters.

Muoversi per le lugubri stanze di cui il protagonista è prigioniero risulta un’esperienza tutto sommato interessante: l’atmosfera è dignitosamente orrorifica, l’illuminazione dignitosa ed il design classico ma efficace. Se non fosse per una mole poligonale decisamente sotto la media e delle texture che svelano con decisione la sua natura low budget, Dying: Reborn potrebbe trarre effettivamente in inganno.
Una volta passato qualche minuto in compagnia del gioco infatti, tutti i brutti difetti che l’opera si porta dietro vengono alla luce, e sono sostanzialmente tre.

Il primo è un lavoro sui puzzle decisamente fuori luogo per quanto riguarda l’escape room in realtà virtuale. Muoversi e puntare gli oggetti esclusivamente attraverso joypad e visore non è un grosso problema; tuttavia quando il level design non è chiaramente pensato per esser fruito in VR il disastro è davvero dietro l’angolo. I puzzle di Dying: Reborn VR sono inutilmente complessi e non riescono nella difficile impresa di accompagnare il giocatore per mano verso la risoluzione degli enigmi, risultando solo frustranti e tediosi se non per qualche eccezione. Ragionare su un titolo flat per dieci minuti, magari segnandosi a matita le possibili soluzioni, può risultare un’esperienza gratificante; in VR decisamente no, e sarete costretti più di una volta a fare avanti indietro tra i corridoi della prigione senza la minima idea di come poter proseguire.

Ogni tanto qualche sezione funziona, e grazie ad un’atmosfera di certo non esaltante ma sufficiente potreste trovarvi ad apprezzare una manciata di pensate che Oasis Game ha messo in scena, in tutti gli altri casi sarete solo molto nervosi, correndo all’impazzata tra le stanze sperando di capirci qualcosa.

Il secondo grosso problema è che sul fronte narrativo il titolo non si apre e non si chiude. Essendo un piccolo estratto dal gioco principale, nulla di quello che accadrà durante i vostri ragionamenti avrà senso, aumentando la sensazione di star effettivamente perdendo del tempo.

Il terzo difetto è che il voice acting delle poche scene d’intermezzo uccide anche quel minimo di tensione che il titolo poteva creare, presentando una recitazione decisamente amatoriale che non può che far sorridere anche i giocatori meno avvezzi all’horror.

C’è poco altro da dire riguardo a Dying: Reborn VR, se non che – nonostante il prezzo molto basso – difficilmente rimarrete colpiti da quello che ha da offrire. Forse i militanti più hardcore dell’escape room in VR potrebbero trovarci qualcosa di buono, ma anche loro dovranno scendere a patti con un lavoro approssimativo sui puzzle, una narrativa che non va da nessuna parte e delle interpretazioni da recita scolastica. Per tutti gli altri statene tranquillamente alla larga, su Playstation VR sono presenti centinaia di prodotti molto più competenti.

Dying: Reborn VR è disponibile dal 28 Febbraio 2017 al prezzo di 9,99€ su Playstation Store, compatibile con Playstation VR e Dualshock 4.