Venice Immersive 2023 | Spots of Light: la recensione

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Nel 1982, durante la guerra del Libano, Dan Leyani, militare vittima di un’esplosione, ha perso la vista. Spots of Light, un documentario diretto da Adam Weingrod (della durata di circa 15′), parte dalla sua testimonianza per cercare di tradurre in un’esperienza VR il suo percorso nel venire a patti con la sua condizione.

All’inizio, vediamo tutto chiaramente. Siamo in un piccolo appartamento, seduti davanti a un televisore. Vediamo lo schermo, le immagini di un notiziario. Vediamo un tavolino, un giornale, dei libri su uno scaffale. Poi arrivano le bombe. Un’esplosione ci catapulta in un cratere, un’altra ci fa affondare nel buio più totale. 

Accompagnati dalla voce di Dan e avvolti dai suoni ritmati di un ecocardiogramma, iniziamo a vedere sprazzi di realtà.

Spots of Light si propone di simulare la cecità di Dan usando una varietà di tecniche. Migliaia di particelle si adagiano su oggetti invisibili delineandone appena i bordi. Macchie di colore dai confini indefiniti riempiono il nostro campo visivo.

Dan ha vissuto senza vedere per venticinque anni. nel frattempo, ha incontrato la donna che è poi diventata sua moglie. Una scia di particelle inizia a inseguire i movimenti delle nostre mani. Con lei avuto tre figli. Le scie diventano quattro, dai colori intensi, che illuminano il buio. Poi un medico gli ha proposto un’operazione per riacquistare la vista, e Dan, dopo lunghi tentennamenti, ha accettato. Torna a vedere, e noi con lui. Vediamo il volto della donna che ama, vediamo immagini della sua famiglia, della sua nuova casa. Dopo qualche tempo i suoi occhi smettono di funzionare, e ripiombiamo nel buio.

Ma nel frattempo Dan ha fatto pace con la sua condizione. Il breve periodo in cui ha potuto vedere è stato un fugace regalo che non deve rimpiangere.

Spots of Light racconta la storia di Dan con garbo e diverse intuizioni che sfruttano in modo intelligente le possibilità offerte dalla realtà virtuale. Il tentativo di presentare un’approssimazione dell’esperienza di chi vive senza l’uso della vista è lodevole, ma in definitiva troppo stilizzato per poter lasciare il segno. E la sua natura di cortometraggio gli impedisce di esplorare a fondo una tematica così complessa. Ma riesce comunque ad affermarsi come una delle migliori proposte di questo Venice Immersive.

 




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