Lies of P | la recensione | PC, PS5, XBOX

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Giocato su PC

Nel suo saggio “Il Bosco Sacro”, il critico letterario Thomas Stearns Eliot suggeriva che “gli autori immaturi imitano; gli autori maturi rubano”. È una frase che, con qualche variazione, è stata attribuita anche a Quentin Tarantino, Pablo Picasso e molti altri: una frase che – fino a oggi – non avevo mai compreso fino in fondo. Choi Ji-Won, autore di Lies of P, deve invece averla capita molto prima di me, perché il suo adattamento di Pinocchio è un videogioco eccezionale e sorprendente, e lo è proprio grazie a ciò che ha saccheggiato e rielaborato da chi è venuto prima di lui.

Sarò sincero: da Lies of P mi aspettavo un prodotto solido, ma non entusiasmante. Durante la mia prova dell’anno scorso alla Gamescom, e anche grazie alla demo di qualche mese fa, avevo ormai evinto che il titolo di Neowiz e Round 8 Studio sarebbe stato un prodotto valido, ma nulla mi aveva preparato a quello che Lies of P diventa dopo qualche ora di gioco.

Pinocchio è un androide che viene risvegliato all’improvviso, dopo che una strana piaga ha trasformato tutti i burattini del mondo in temibili creature omicide. La società è ormai allo sbando, ma grazie alle straordinarie doti di Pinocchio, tra cui la possibilità di mentire – propria solo degli umani – potrebbe esserci un’ultima speranza per l’umanità. Choi rielabora quindi il romanzo di Carlo Collodi in chiave un po’ steampunk e un po’ dark-rinascimentale, dando vita a un racconto che si muove attraverso la narrativa più eterea propria dei souls di Miyazaki, tentando però di rendere lo sviluppo più chiaro e diretto. È una storia che vive di silenzi e di dialoghi suggeriti; a volte un po’ ingenua nei riferimenti, ma abbastanza interessante da portarci a voler comprendere cosa, o chi, ha dato il via alla malattia che ha trasformato il mondo.

Ma, come in ogni souls-like che si rispetti, qui a parlare davvero è il gameplay, e da questo punto di vista Lies of P è davvero eccezionale. Qualcuno potrebbe chiamare l’opera di Choi un Dark Souls for dummies, e – in parte – potrebbe anche avere ragione. Lies of P ruba letteralmente elementi da Dark Souls, da Sekiro: Shadows Die Twice, soprattutto da Bloodborne, ma grazie a una rielaborazione intelligente di ogni singolo elemento il gameplay che ne fuoriesce risulta inaspettatamente raffinato e personale. L’aggressività nell’approccio di Bloodborne si mischia quindi al combattimento tool-based di Sekiro; la spietata struttura ludica che nasce da Dark Souls scende a patti con una difficoltà più accessibile. Attenzione: accessibile non vuol dire facile, anzi. Chi è abituato ai lavori di From Software potrebbe arrivare ai titoli di coda con una discreta facilità, ma chi non li ha mai approcciati si ritroverà comunque di fronte a un prodotto punitivo ed estremamente soddisfacente: un compromesso mai così riuscito da un souls-like che non nasce dalla mano di Miyazaki.

Si prova infatti da anni a replicare il successo di chi ha dato il nome al soulslike: da The Surge a Lords of the Fallen; da Code Vein a Nioh. Tutti prodotti più o meno riusciti, ma nessuno – fino a questo momento – era riuscito a proporre un’identità davvero propria, capace di toccare le vette del suo materiale d’ispirazione, risultando così un vero prodotto d’autore. Lies of P riesce invece a proporci un gameplay che è allo stesso tempo familiare ma inedito, e capace di stupire con gusto a ogni bioma, ogni boss, ogni nuova soluzione legata al suo sistema di combattimento.

Rispetto a quest’ultimo, il titolo firmato da Newis e Round 8 Studio presenta una quantità di personalizzazioni della build che, sinceramente, non mi aspettavo. Chiaramente la base è quella che tutti conosciamo, con armi che scalano sui singoli parametri e approcci che variano dal roll sull’assetto leggero, a parry e resistenza su quello pesante, ma ci sono una manciata di elementi in più a stratificare l’esperienza.

Le armi potranno essere smontate e rielaborate secondo il nostro gusto, dando vita a oggetti unici che, magari, andranno a incontrare maggiormente le nostre necessità in base alle situazioni che ci ritroveremo davanti. È possibile slegare un martello dalla sua impugnatura e montarlo quindi su un’asta elettrificata, perdendo magari un po’ di velocità, in funzione di un’arma dalla potenza elementale devastante. È un sistema che funziona a meraviglia, e che – nonostante a +10 le armi si assomiglino un po’ troppo nel loro output di danno – ci permette di sperimentare con grande gioia con il nostro roster d’attacco.

Il braccio sinistro di Pinocchio potrà poi essere munito di un’arma aggiuntiva: un lanciamine, un rampino, un’arma ranged che lancia veleno e così via. Questo braccio potrà essere modificato e migliorato nel tempo, permettendoci di cambiare approccio e sfumature a ogni nuova visita all’hub centrale. La smerigliatrice, pescata poi a piene mani da Monster Hunter, ci serve sia ad affilare la lama in battaglia – che altrimenti rischia di rompersi – sia ad assegnargli uno stato elementale, una sola volta per sessione. Vien da sé che, come succedeva con i consumabili in Dark Souls, la smerigliatrice diventa una vera e propria meccanica da sfruttare durante scontri, che ci farà particolarmente comodo contro i nemici più agguerriti. Ma non solo, perché da un certo punto in poi equipaggeremo anche un cubo, che è possibile caricare con oggetti che andranno a restituirci bonus passivi fino al loro esaurimento.

La maggior parte di questi sono legati a uno spirito che possiamo evocare prima di ogni boss, esattamente come la sua controparte From Software, ma senza la possibilità di giocare online. È un elemento un po’ strano, forse uno dei pochi a risultare un po’ gratuito in un contesto in cui ogni elemento è giustificato sia sul fronte narrativo che su quello ludico, ma – tant’è – stiamo comunque parlando di un primo capitolo di un potenziale franchise che può accompagnarci ancora per qualche generazione.

L’esplorazione, sempre figlia del suo genere, propone un level design millimetrico, pieno di scorciatoie, NPC nascosti, trame e sottotrame che richiederanno più di un playthrough per essere portate a compimento. Rispetto a queste, Lies of P mantiene l’elemento “nascosto” del chi e come, suggerendo però la posizione di alcuni elementi e personaggi dentro a specifiche aree del gioco, in modo da facilitare leggermente l’esplorazione. È un compromesso sinceramente apprezzato, che non necessita quindi di una guida a priori per arrivare alla conclusione delle sue storyline, ma che invece riesce a risultare sfidante, senza mai far perdere la bussola dei suoi obiettivi. Muoversi nel mondo di Lies of P non vuol quindi dire provare infinite combinazioni di step nella speranza di riuscire a ottenere questo o quell’altro oggetto, ma vivere un senso di scoperta soltanto parzialmente accompagnato, risultando sempre piacevole, soddisfacente e mai frustrante.

Sono così tanti elementi che è difficile descrivere Lies of P senza rischiare di fare la lista della spesa, e – su questo fronte – mi fermerò quindi qui. Sappiate solo che l’insieme di questi elementi riesce a sprigionare una grazia nel combattimento e nell’esplorazione che viene superata soltanto da un comparto visivo e artistico letteralmente mozzafiato.

Visivamente, così come nella sua colonna sonora e nel suo ottimo doppiaggio inglese, Lies of P è strabiliante. È strabiliante in tutta la sua direzione artistica, che in questo caso ruba non solo dai Souls, ma anche da Resident Evil, Dishonored, con addirittura suggestioni che arrivano a Federico Fellini. Un pastiche visivo entusiasmante e vivido, che riesce a farci strizzare gli occhi a ogni cambio di location, ogni volta che incontriamo una nuova creatura, all’entrata di quei boss che – per una volta – presentano caratteristiche fisiche e ludiche squisitamente uniche.

E poi c’è la pulizia dell’Unreal Engine: una pulizia probabilmente mai vista in un prodotto coreano, ottimizzato da mani da cui in molti, in questo periodo, dovrebbero imparare. Ho giocato Lies of P prevalentemente su PC, accompagnato da una RTX 4090, un i9 10850k e 64Gb di RAM. Chiaramente, il gioco gira splendidamente in 4K a sessanta fotogrammi al secondo fissi, senza nemmeno il bisogno del DLSS. Ho giocato tuttavia un po’ anche la versione PlayStation 5, che presenta sostanzialmente le stesse caratteristiche, e lo stesso grado di cura nell’ottimizzazione.
Molto buoni anche i risultati su Steam Deck, su cui Lies of P gira senza troppi problemi a 45 frame al secondo, con settaggi che si muovono tra basso e medio, senza perdere tuttavia di importanza visiva. È un po’ un peccato perdersi i dettagli visivi propri soltanto delle versioni più avanti tecnicamente, ma per un po’ di grind a tempo perso benissimo giocarci in portabilità.

Di Lies of P, quindi, mi sono sinceramente innamorato. È tutto così rifinito, unico e divertente, che quasi ci si scorda di essere di fronte a una sorta di clone: uno dei pochi elementi a separarlo dall’olimpo di questa generazione. Se proprio devo essere sincero, però, Lies of P ruba in maniera così spudorata, eppure sincera, che forse non stiamo nemmeno più parlando di un clone. Stiamo parlando di un videogioco che fa tutto nel modo giusto, e che semplicemente non si vergogna di prendere pezzi di un puzzle già visto, e metterli insieme in modo da sembrare quasi nuovo. È un’operazione che rispetto e che, come dice Eliot, è forse l’unica che può davvero portare alla grandezza, e alla consapevolezza di star rielaborando come tutti, senza l’arroganza di promettere qualcosa di nuovo.

È quasi un peccato, che Lies of P venga rilasciato dal day one sul Game Pass. Lasciatemi spiegare: il Game Pass è una soluzione clamorosa per l’utente finale, che ha la possibilità di giocare tanto e spendere poco. L’altro lato della medaglia è che molti dei giochi presenti sul servizio vengono provati per massimo una manciata d’ore, e poi abbandonati per passare alla release successiva. Nel caso di Lies of P, quindi di un prodotto che vive di una dignità altra rispetto agli ultimi videogiochi che abbiamo visto arrivare sulla piattaforma di Microsoft, sarebbe un peccato mortale non approfondire ciò che ha da offrire il prodotto, fermandosi magari all’apparenza di un souls-like come gli altri, incapace di stupire sul lungo periodo. Il mio è quindi un invito sincero: se avete il Game Pass non sottovalutate Lies of P: giocatelo tutto e fino alla fine, passandoci la trentina d’ore necessarie ad arrivare ai titoli di coda, come se ci aveste speso sessanta euro.

In realtà Lies of P qualche difettuccio ce l’ha: la partenza risulta più sottotono del previsto; mancano alcune delle intuizioni che hanno reso grande Elden Ring; la scrittura – una mediazione tra quella occidentale e quella orientale – a volte inciampa in riferimenti un po’ banali e soluzioni discretamente scontate. Tutti questi difetti ci sono, e sono innegabili, ma sapete che c’è? Chissenefrega. Stiamo vivendo un’epoca videoludica in cui tutti gli studi AAA promettono il più grande gioco della storia dell’umanità, e poi questi giochi arrivano e sono sempre la stessa cosa, o nel migliore dei casi sono rotti, ludicamente e tecnicamente. Lies of P ci aveva promesso invece “la stessa cosa” che abbiamo già amato, ed è invece riuscito a proporre paradossalmente qualcosa di nuovo, rubando ogni suo singolo elemento.

È un’operazione da maestri, un’operazione da “autori maturi”, da qualcuno che ama sinceramente i videogiochi, e che non cerca semplicemente di vendere un prodotto alle masse. Alla Gamescom dell’anno scorso il gioco mi sembrava già pulitissimo e ampiamente presentabile, e alla mia domanda “perché esce tra un anno?”, lo stesso Choi (o chi per lui) mi rispose “perché voglio che sia perfetto”.  A più di un anno di distanza ho capito quelle parole, e ho capito quelle di Eliot, di Tarantino, di Picasso: creare è rielaborare, e rielaborare equivale sempre a rubare. Chi lo fa mentendo a sé stesso è un impostore, ma chi lo fa con sincerità è semplicemente un autore consapevole.

Lies of P non è un souls-like, è il souls-like. Un titolo che parte da Bloodborne e si muove poi verso altre direzioni con una disinvoltura sconcertante, e che riesce a stupire sinceramente, proponendoci variazioni su temi già visti molte altre volte. È, alla fin fine, un videogioco divertentissimo, splendido da vedere, e che sa esattamente cos’è e cosa deve essere. L’opera di Choi è un titolo adatto a chi non ha mai provato a cimentarsi con un gioco From Software, un titolo che può divertire con facilità anche il più sfegatato amante dei Souls, un prodotto che ne comprende tanti, e che fa della sua non-unicità il suo maggiore punto di forza. Ci è voluto del tempo, ma da oggi abbiamo finalmente un degno erede di Dark Souls. E chissà che magari, un giorno, l’allievo possa addirittura superare il maestro.

 

Lies of P è disponibile dal 19 settembre 2023 al prezzo di 59,99€ su Steam, PlayStation 5 e Xbox.

 




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